Foibe liguri: grotte e gracchi in Valle Argentina
di Gianluca Padovan
Articolo tratto da Rinascita
Speleologi e grotte“Non ho castello: fudô-shin (la mente imperturbabile) è il mio castello”. (Nitobe I., Bishido, Ed. Sannô-kai, Padova 1976, p. 29).
Ci avevano detto che in cima alla Valle Argentina a nord d’Imperia, vi erano grotte inesplorate. Pozzi carsici profondi decine di metri, molti dei quali ancora pieni di neve e ghiaccio. La stagione non è calda, ma rovente. Si scioglierà bene, quella neve laggiù in fondo, e così partiamo armati di corde, moschettoni, trapano a batterie per fissare alle pareti calcaree i chiodi a espansione, i quali costituiscono gli ancoraggi a cui attaccarci per scendere. Sono passati poco meno di due anni, ma è come fosse ieri.
Lungo un fianco roccioso costellato di doline riempite di massi scorgiamo una corona di cespugli color verde scuro, bassi. Un paio di uccelli planano dal cielo e senza frenare si tuffano come proiettili tra questi. Si schianteranno! Ma no, si sono fiondati in una delle grotte di cui ci hanno parlato, che battezziamo prontamente “Grotta dei Gracchi”. Il pozzone non è largo, ma assai profondo e i gracchi hanno fatto i loro numerosi nidi lungo cenge e fratture della campata che scende all’inferno. Comincia a piovere, ci caliamo in tre, gli altri aspettano fuori e poi guadagneranno lestamente le vetture quando comincerà a grandinare e saettare. Intanto vediamo noi cosa ci attende là sotto e soprattutto se la grotta è articolata. I sogni di gloria svaniscono in profondità, sopra un cono di ghiaccio e neve. Ma la sorpresa ci attende in macchina.
I gracchi,
custodi della memoriaI gracchi sono custodi della memoria di ciò che avvenne tra questi monti e di cui non si parla. Solo qualcuno sussurra. “Mio nonno aveva la tessera del Partito Fascista. Una mattina sono venuti a prenderlo ‘i rossi’ e non è più tornato a casa. Mia madre tace, ma io so che è finito in qualche grotta”. Domando in quale anno sia avvenuto il fatto, se prima o dopo quel fatidico giorno dell’aprile 1945. La persona rimane in silenzio e si guarda le mani, ha parlato anche troppo. La gente, in Valle Argentina e nell’intero Ponente Ligure, ha ancora paura. Quelli che non ce l’hanno è perché sono “venuti dopo” o perché sanno che devono mantenere il silenzio su ciò che hanno fatto loro o i loro padri o i loro nonni.
Tutto comincia quasi per gioco, come tante cose di questa birichina vita e alle macchine c’è uno del posto che srotola pacatamente torrenti di parole sugli speleologi asciutti. Noi siamo fradici, ma se il sole non è tornato, almeno ha smesso di piovere e grandinare. I nostri colleghi ci raccontano poi che cos’hanno saputo. Nella zona operava un gruppo di partigiani, composto da cinquanta, forse cento persone. Quello del posto ha detto che se tornavamo ancora con le corde e i caschi ci avrebbe portato in due grotte dove sapeva per certo che ci avevano buttato dentro fascisti e non fascisti. A detta sua durante e dopo la guerra molta gente aveva regolato i cosiddetti “conti di famiglia”. E poi c’erano i cosiddetti “briganti”. Quindi molta gente era stata ammazzata solo per poterla rapinare della vacca, della terra, della casa. E i congiunti rimasti in vita o erano emigrati o ancora vivevano con la paura di essere presi di mira. Perché briganti o non briganti erano rimasti impuniti.
Il tipo aveva poi raccontato che un giorno i fascisti erano andati da suo padre perché aveva i polli e l’orto, ma suo padre aveva acchiappato il forcone e li aveva cacciati, rimettendoci solo un paio di galline. Qualche mese dopo, verso la fine della guerra, erano andati da lui i partigiani e tra questi aveva riconosciuto anche qualcuno di quei fascisti che volevano i suoi polli. Stavolta, con il fucile puntato al petto e la schiena contro il muro di pietra della casa aveva dovuto assistere alla completa rapina dei polli e anche delle vacche.
In ogni caso desidera che lo contattiamo, perché è giunta l’ora di dare sepoltura a tanti morti ammassati in fondo ai buchi.
Pasta al pesto e colpo in testaMesi dopo ho un abboccamento con il tipo, il quale afferma che un vecchio partigiano con i rimorsi di coscienza potrebbe fargli vedere altre grotte dove hanno buttato giù gente. Rispondo che per il momento mi bastano quelle due che lui conosce. Ma le conosce? Lui mi guarda di sbieco e dice che sa in che area si aprano e che farà ricognizioni per trovarne senza fallo l’ingresso.
I partigiani rastrellavano soprattutto in Valle Argentina e a Triora, da cui si dirigevano verso Loreto per poi risalire il costone a est della Croce di Cetta, con i prigionieri. Qui c’era, e c’è tuttora, un cascinale che fungeva da quartier generale. Pulivano le armi, preparavano marmittoni di pasta col pesto, sgranocchiavano piccoli frutti aspri, ogni tanto interrogavano qualcuno. Gli dicevano che poteva tornarsene a casa e che lo avrebbero accompagnato per un pezzo. Generalmente un solo partigiano scendeva con l’ignaro, oramai dal cuore leggero, senza mitra o fucile, in pratica senza arma lunga. Ma aveva senz’altro la pistola. Dopo cinque-dieci minuti si udiva uno sparo e poi più nulla; dopo una manciata di minuti il partigiano era nuovamente al cascinone. Questo è quanto mi racconta, soggiungendo che una grotta è senz’altro appena sotto l’ex quartier generale, prossima al sentiero. Si tratta di un pozzo carsico ed è chiuso con una lastra di pietra mascherata.
Mi fido? Non mi fido? Dopo qualche mese ancora torniamo su, ma in pochi: solo tre speleologi, un giornalista e un fotografo. Meglio non rischiare. Confidiamo in quella che chiamiamo “operazione rapida e indolore”.
La sorpresa inattesaDormo male, qualcosa non mi quadra. A Triora, borgo medievale lasciato a sé stesso con il suo drammatico processo per stregoneria, incontriamo il tipo. Ma non è solo. Si è inaspettatamente portato appresso una guida e ce la presenta. Ha un modo pacato di guardare, ma la prima occhiata, quando gli stringo la mano, non mi piace e non è diretta, svia il suo sguardo altrove. Decisamente c’è qualcosa che mi sfugge e io detesto non capire. Senza preamboli o giri di parole gli dico per quale motivo noi siamo li e, senza lasciargli proferire parola gli chiedo che cosa ci faccia lui e soprattutto chi sia.
Aveva pochi anni quando nel 1944 si era nascosto assieme a sua madre nel cavo di un grande castagno, perché i soldati tedeschi stavano pattugliando la zona. La madre era partigiana, un capo a detta sua. La gente dice sia figlio di un gerarca fascista, che poi ha abbandonato la famiglia per trasferirsi in un’altra regione.
La situazione è surreale, lui non parla di foibe, ma noi si. Gli domandiamo se conosca l’ubicazione di quelle grotte dove pare che i partigiani ci abbiano buttato dentro militari e civili. Lui risponde che conosce l’ubicazione di due grotte e che ci porterà.
Intanto appuro con il locale tipo chiacchierone che costui non è il partigiano anziano pentito: quello alla fine ha fatto marcia indietro, lenendo la coscienza forse con un buon bicchiere di vino. Ma non riesco a capire perché si sia tirato dietro questa persona che ci farà da guida, dal momento che non era negli accordi che lui aprisse bocca con altri e soprattutto con ex partigiani o gente a loro affiliata. Altro farfugliare, altro parlare in modo sconclusionato senza senso, tant’è che alla fine, prima di perdere la pazienza e dare in escandescenze come il mio solito, mi trattengo e finalmente fermiamo le auto perché siamo arrivati.
La guida si toglie camicia e canottiera, rimanendo a petto nudo, come un guerriero celta. E la stazza e i muscoli, nonostante l’età, ci sono tutti. Tira fuori la roncola da sotto il sedile dell’auto e con gesto teatrale taglia l’aria e se l’appende in cintura, dietro la schiena. Ho già lo zaino sulle spalle, con sopra la sacca speleo in pvc contenente le corde, ma non posso e non voglio resistere al dirgli la mia. Tiro giù la sacca, slaccio il cordino che chiude la bocca ed estraggo due roncole, contenute nella mia classica sacchetta di jeans, affilate e pure provviste di cote. “Se è per questo, le roncole ce le abbiamo anche noi...” dico così, con tono leggero, rimettendole via... ma stanno meglio nella sacca perché tenendole in cintura sono d’intralcio e ci si può fare male”.
La guida si avvia per il sentiero, il tipo del posto gli trotterella alle spalle e noi dietro. Senza dubbio la cosa più sensata da fare sarebbe piantare in asso i due e tornarsene lestamente e mestamente a casa. Ma non è da noi. E poi, siamo speleologi.
Grotte o “foibe”?Il primo pozzo carsico si apre sotto una paretina di calcare grigio chiaro picchiettato di licheni, al termine di un rado bosco abbandonato a sé stesso. L’accesso misura tre metri per uno e mezzo, ma dopo una manciata di metri tante lastre di pietra formano un fondo instabile, misto a terriccio, fogliame, legna marcia. In una spaccatura della roccia recupero una scheggia di bomba. A occhio dovrebbe essere un frammento di proiettile da cannone. Scaviamo un po’, issiamo fuori qualche pietra e poi molliamo il colpo. Che dire? Se sotto c’è qualcuno è ben sepolto, inoltre ho un sospetto. Che a suo tempo abbiano fatto brillare delle bombe per far franare la parte inferiore e occultare il tutto a prova di curioso... e di speleologo? Il secondo pozzo carsico sta a mezza costa di una parete che sovrasta un grande cascinale oramai con i tetti sfondati. La guida mi comunica che lì aveva sede il quartiere distaccato del gruppo partigiano che operava in Valle Argentina.
La grotta ha l’accesso stretto, ma scende scampanando per una quindicina di metri. Sotto, in corrispondenza dell’accesso, ci sono i resti di una porta in legno coperta da detriti. Scaviamo rapidamente, ma anche qui molliamo il colpo senza alcun risultato. Non ci piace stare troppo sotto, con quei due strani personaggi là fuori.
Scendiamo di quota, sempre seguendo il sentiero. Incontriamo un largo prato, cintato da pietre un tempo erette e legni oramai marci. Poco più in là c’è il cascinone che un tempo ospitò il comando partigiano, almeno stando ai racconti del tipo, confermati dalla guida.
Uno sperone di roccia si protende con un salto vertiginoso sulla valle sottostante. In punta c’è la statua di Gesù Cristo alta un metro circa che a braccia spalancate guarda il cascinale e non già il fondovalle. Le foibe sono qui attorno, ne siamo certi. E la guida ci esorta a non perdere tempo, che si fa tardi e bisogna scendere perché lì attorno non c’è quello che andiamo cercando. Soggiunge che, appena sotto il cascinale, di poco fuori dal sentiero, un giorno un maresciallo dei carabinieri vi aveva trovato morte accidentale. Tornati alle macchine la guida ci chiede se vogliamo vedere la grotta dove i partigiani hanno ammazzato una quindicina di tedeschi prigionieri, buttandoli di sotto. Ma questa è un’altra storia.
Sogni d’oroMani sui fianchi guardo la guida. Ci salutiamo, gli stringo la mano, stavolta mi guarda diritto negli occhi e ognuno fa la propria strada. A casa apro il mio libro preferito e leggo queste righe, dedicandole in particolare a chi ancora crede e, infine e soprattutto, dedicandole a quanti non hanno ancora ricevuto una degna sepoltura, nella Valle Argentina in particolare.
“Dopo un grande odio
Resta sempre un piccolo odio
Non si torna allo stato iniziale
Per questo l’Uomo Reale
Adempie la sua parte e non preme sugli altri
Chi ha la virtù pensa solo a ciò che lui deve fare
Chi non ha la virtù pensa (invece)
A ciò che gli altri debbono fare
La Via del Cielo non guarda alle persone
(è neutra, non ha preferenze)
Ma chi aderisce ad essa è sempre portato avanti”
(Lao-Tze, Tao-Tê-Ching (Il libro del Principio e della sua azione), a cura di Evola J., Roma 1972, 79).
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